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Silvia Romano, il racconto della prigionia: “Mi sono avvicinata a una realtà superiore”

Racconto prigionia Silvia

Il volto coperto dal velo, lo sguardo fisso sulla videocamera del cellulare, la voce che implora aiuto. Sono queste le uniche immagini che, per 18 lunghi mesi, sono giunte in Italia di Silvia Romano. Adesso la giovane volontaria, rapita a Chakama nel novembre del 2018, è stata finalmente liberata.

Racconto prigionia Silvia

E tra critiche e sassate alla finestra – che probabilmente la costringeranno ad andare in giro con una sorta di scorta – ha raccontato la sua prigionia. Racconto prigionia Silvia

Racconto prigionia Silvia Romano: “Erano venuti a cercarmi, non ho dato importanza alla cosa”

Racconto prigionia Silvia

“Qualche giorno prima del rapimento erano venuti a cercarmi due uomini al villaggio di Chakama in Kenya. Quando l’ho saputo non ho dato importanza alla cosa”. Inizia così lo straziante racconto del suo rapimento.

Il viaggio nella giungla è stato tremendo. Le moto si sono rotte subito e quindi abbiamo continuato a piedi per un mese. Mi hanno tagliato i capelli perché dovevamo passare in mezzo ai rovi. Ero terrorizzata. Faceva caldo, ma poi la notte c’era freddo e dormivamo all’aperto. Mi hanno dato i vestiti e anche alcune coperte. Abbiamo dovuto attraversare un fiume. Il fango mi arrivava alla vita. Dopo ho saputo che siamo stati in cammino un mese”.

Una volta arrivata all’interno del primo covo… “Mi hanno chiuso in una stanza, dormivo su un pagliericcio. Mi davano da mangiare e non mi hanno mai trattata male, non sono stata incatenata o picchiata. Non sono stata violentata. Però ho chiesto un quaderno. Volevo tenere il tempo, capire quando era giorno e quando scendeva la notte. Volevo scrivere tutto. Ho chiesto anche di poter leggere, libri”.

La sua richiesta viene accontentata. Le portano un quaderno, un portatile privo di connessione a internet e il Corano, sia in arabo che in italiano. Racconto prigionia Silvia

La conversione all’Islam

“Volevo pregare e mi hanno messo il Corano scritto in arabo e in italiano. Mi hanno anche dato dei libri. Ero sempre da sola e a un certo punto mi sono avvicinata a una realtà superiore. Pregavo sempre di più, passavo il tempo a studiare quei testi. Ho imparato anche un po’ di arabo”.

Qualcosa, dentro di lei, cambia. Muta il suo modo di guardare la realtà e le si apre davanti un mondo tutto nuovo, sconosciuto fino ad allora.

Parla di ciò che le succede a uno dei suoi carcerieri, l’unico che parla inglese. E continua ad approfondire le sue nuove conoscenze fino alla celebrazione della shahada, la cerimonia di adesione all’Islam.

“Pregavo e guardavo video. Mi mettevano filmati su quello che accadeva fuori, li prendevano da Al Jazeera. Io vivevo chiusa nella stanza ma sentivo vociare fuori e il richiamo del muezzin. Questo mi ha fatto pensare che fossero caseggiati, erano villaggi con altre persone anche se io ho visto soltanto i sei uomini che mi tenevano prigioniera. Erano divisi in due gruppi da tre. Non ho mai visto donne”.

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